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Nuovi studi sull'Etna
Sono due gli studi effettuati nell'ultimo mese che riguardano il vulcano, tutti e due con l'obbiettivo di studiare le deformazioni della superficie e della struttura interna dell'apparato eruttivo.

La prima ricerca, effettuata da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di fisica e astronomia dell'Università di Catania, ha consentito di documentare, usando la tecnica della Tomografia Muonica, il collasso del pavimento lavico all'interno del cratere nord-est del vulcano.

Quando i raggi cosmici impattano con la nostra atmosfera, si genera un flusso di particelle molto penetranti, dette "Muoni" che possono essere utili per verificare l'opacità di un oggetto particolarmente spesso, in modo simile a quanto si fa con i raggi X, una sorta di grossi elettroni, che, muovendosi a velocità prossime a quella della luce, riescono non solo a raggiungere la superficie della Terra, ma anche ad attraversare grandi spessori, spessori, appunto, come quello della sommità di un vulcano, la quantità di particelle che riesce ad arrivare al rivelatore dipende dalla densità di ciò che incontrano nel loro tragitto, ecco che andandone a misurare in più punti il flusso, è possibile ricostruire un'immagine dell'interno del vulcano, esattamente ciò che hanno fatto con il progetto Mev (Muography of Etna Volcano) fra l'agosto del 2017 e l'ottobre del 2019, il prototipo di "telescopio muonico" è stato progettato e realizzato circa tre anni fa presso il Dipartimento di Fisica dell'Università di Catania e in seguito posto a 3.100 metri d'altezza sul fianco del Cratere di Nord-Est, coinvolgendo il Dipartimento di Biologia e Scienze Ambientali dell'Università di Catania, l'INGV e il Parco dell'Etna.

Il risultato ha evidenziato una cavità sita a circa 150 metri sotto il cratere, dimostrando di fatto la validità di un modello vulcanologico il quale prevede la possibilità che dopo un'eruzione rimangano delle zone di gas e lava incandescente in equilibrio nella zona sottostante il cratere, queste ultime erodendo lentamente dall'interno il "tappo" di roccia superiore causano a un certo punto un cedimento strutturale il quale avvia una nuova eruzione, il confronto con le radiografie effettuate negli anni successivi ha consentito ai ricercatori di studiare anche la presenza e l'apertura di alcuni condotti di comunicazione fra diverse bocche del cratere.

LINK dello studio su Nature

Il secondo studio, effettuato da un gruppo di ricercatori dell'INGV di Catania, evidenzia il processo interattivo tra la risalita dei magmi, le eruzioni e lo scivolamento verso il mare del fianco orientale dell'Etna, spesso associato ad eventi sismici.

Lo scivolamento del fianco orientale dell'Etna agisce come una valvola che favorisce o inibisce le eruzioni nel settore immediatamente a monte, la variazione della velocità di scivolamento stesso può essere considerata come una sentinella per eventuali eruzioni parossistiche e/o processi di intrusione di magma, "a causa delle pressioni interne dei magmi, provocano un allargamento di diversi metri di tutto l'edificio vulcanico e imprimono un'accelerazione al movimento del fianco orientale", questa accelerazione determina, a sua volta, due effetti: provoca eventi sismici lungo le faglie che bordano il fianco instabile (come, ad esempio, il sisma del 26 dicembre 2018 di magnitudo pari a 4.9 lungo la faglia della Fiandaca), e genera una depressurizzazione della parte interessata dall'eruzione arrestando la stessa.

Analizzando le deformazioni del suolo nell'area etnea relative all'evento eruttivo del 24 dicembre 2018 e all'evento sismico avvenuto due giorni dopo, il 26 dicembre, e attraverso l'interferometria satellitare SAR, l'uso di immagini satellitari radar, ha permesso di ottenere mappe delle deformazioni del suolo di tutta l'area etnea, le misure ottenute sono state integrate con quelle provenienti dalla rete GPS, che misura in maniera continua i movimenti del vulcano ed infine, con la tomografia sismica, attraverso lo studio delle onde sismiche, è stata ricostruita la struttura al di sotto dell'edificio vulcanico.

La complessa analisi multidisciplinare ha evidenziato come il continuo movimento del fianco orientale dell'Etna ha favorito, nel tempo, l'intrusione di magmi nell'area immediatamente a monte il collasso stesso, questo il risultato raggiunto nello studio appena pubblicato sulla rivista statunitense Geology dal titolo "Flank sliding: A valve and a sentinel for paroxysmal eruptions and magma ascent at Mount Etna, Italy", frutto del lavoro di un team di ricercatori dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).

LINK dello studio su Geology
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